|
|
Il
clamoroso falso dei quattro saggi di Lorenzago.
|
|
|
Ovvero: come una
bufala , se 'bipartisan', diventa
verità |
| |
|
|
|
|
| |
|
|
Tutti, ma proprio tutti coloro che si
sono opposti – almeno a parole- alla pericolosa e pesantissima
riforma della Costituzione del Polo, hanno gridato la loro
indignazione per il fatto che la riforma stessa sarebbe stata
stesa ed elaborata da soli quattro “saggi” in una baita di
Lorenzago, ridente località del Cadore. Un peccato di eccesso
di stima, visto che si sono ritenute le alte menti di Andrea
Pastore (Fi), Francesco D'Onofrio (Udc), Roberto
Calderoli (Lega), Domenico Nania (An) capaci di
elaborare un testo complesso, assemblando in soli tre giorni
(dal 20 al 23 agosto 2003) tutte le proposte, i progetti e le
idee della Casa delle Libertà, testo che il 16 settembre dello
stesso anno approda in Consiglio dei Ministri e viene
approvato, per poi passare immediatamente alle Camere.
Insomma, decine e decine di articoli riscritti, un impianto
costituzionale nuovo, uno Stato diverso, un diverso rapporto
di cittadinanza… il tutto sfornato dai quattro espertissimi e
accettato dal Parlamento in poche settimane. Un record
assoluto di velocità. O un’altra immane truffa bipartisan che
parte da lontano?
|
| |
|
|
Comunicava l’agenzia Ansa il 23 agosto
2003: “Lorenzago (BL): si
conclude il lavoro dei 'saggi'. Il testo elaborato
prevede un Senato federale e una Camera dei deputati con
funzioni diverse, soluzioni ''anti-ribaltone'' per
assicurare la stabilita' del risultato elettorale,
distingue in modo piu' accentuato le funzioni di governo
del Primo ministro e di garanzia del Presidente della
Repubblica.” |
| |
|
|
Mamma mia, quante
novità. Quanti equilibri spostati, quanti poteri accresciuti e
quanti annichiliti. Quanta parte della Costituzione cambiata,
manomessa, rivoltata come un calzino… e quanta originalità, e
pericolosità, in un sistema siffatto. Peccato che il buon
Calderoli e compagnia, oltre ad aver pasteggiato a polenta e
formaggi, nella baita non abbiano fatto niente, nulla, zero,
se non una parata per le Tv, così, tanto per far felice il
popolo padano, mentre la riforma, le riforme, altro non erano
che il succo di anni e anni di progetti e accordi a largo
raggio. |
|
|
Infatti, è perlomeno dal 1996 che attorno
alla Carta fondamentale si affollano boriosi e arroganti
riformatori, autoproclamatisi Padri costituenti, piccole e
autoreferenziali folle di individui che non rappresentano
nessuno se non sé stessi, e che, senza averne mai avuto
delega o incarico dagli italiani, hanno giocato
all’ingegnere genetico con i nostri diritti e la nostra
democrazia. L’Assemblea del 1946 annichilita da una manica di
superuomini alla ricerca di un posto nella storia. Ma
soprattutto di un posto inamovibile al potere. Ecco la
cronologia dell’attacco alla
Costituzione. |
| |
|
|
La Cultura della Riforma: una illusoria
panacea per tutti i mali.
|
| |
|
|
Cominciò Craxi, nei favolosi anni
’80. La sua ricetta per salvare l’Italia da inflazione,
disoccupazione, mafia, camorra, ‘ndrangheta, inquinamento,
speculazione, terrorismo e terremoti era : presidenzialismo.
Diceva Bettino: “vogliamo un Presidente della Repubblica
forte, con grandi poteri, eletto direttamente dai cittadini.
Vogliamo un uomo libero da lacci e laccioli per governare
senza intoppi e senza la possibilità di essere sfiduciato”.
Parlava ovviamente di sé stesso. E ne parlava confusamente,
visto che mai fu presentata ufficialmente una proposta di
revisione costituzionale in tal senso. Ma, sul testo
fumoso e vago scritto con eleganza da Giuliano Amato,
all’epoca vice di Craxi nel PSI, si scatenò ugualmente un
infinito dibattito culturale. Presidenzialismo sì,
presidenzialismo no, all’americana, alla francese, alla
messicana…la Sinistra, dal rifiuto assoluto, passò
gradualmente al “si forse ma però”, convertendosi, nel tempo,
al semipresidenzialismo, ibrido gollista, da condire con altri
stranierismi più o meno accentuati. La provocazione craxiana
aprì la breccia a due concetti che ritorneranno ciclicamente:
la intangibilità del potente di turno (divieto di ribaltone) e
la investitura popolare che crea e legittima il potente
stesso. |
| |
|
|
Se non panacee, perlomeno cure da
cavallo:
Continuò Segni,
nei favolosi anni ’90. La sua ricetta per salvare l’Italia da
inflazione, disoccupazione, mafia, camorra, ‘ndrangheta,
inquinamento, speculazione, terrorismo e terremoti era:
maggioritario. E maggioritario, plebiscitariamente, fu.
Sparirono le preferenze, e si dettero immani premi di
maggioranza al vincitore (questo vuol dire “maggioritario”).
Ma la pulce della riforma dello Stato era entrata
nell’orecchio dei politici nostrani. Mentre Gianfranco Miglio e la neonata Lega Lombarda di Bossi scatenano il pandemonio federalista, ritorna il diffuso
bisogno di semipresidenzialismo. Di uomo forte. Nel 1993 il
Parlamento istituisce una Commissione Bicamerale per le
Riforme, presieduta dapprima da Ciriaco De Mita (DC) ed
in seguito da Nilde Iotti (PDS). La commissione Iotti
affronta per la prima volta in sede ufficiale il tema della
forma di Governo, e apre quindi un’altra breccia. Forza Italia
ne approfitta, e, nel suo programma elettorale del 1994
ripropone il “modello francese”; il primo governo Berlusconi vara un Comitato di studio per le riforme, i
cui lavori si concludono con un progetto che prevede, per la
forma di governo, due alternative: il modello
semi-presidenziale e il modello del governo di legislatura con
premier elettivo. La sinistra si lascia trascinare in un
simile dibattito, e fioccano come neve le variegate e diverse
posizioni, tutte presidenzialiste, ma alla francese, alla
polacca, alla tedesca, alla portoghese, alla finlandese.
D’Alema opta per il presidenzialismo alla austriaca,
come la sachertorte. Ma arriva lo scossone: cade il governo
Berlusconi I, (il cosiddetto “ribaltone”: una tanto semplice
quanto costituzionalissima sfiducia), e si va avanti con il
tecnico Dini, ex ministro del governo appena caduto, passato
al centrosinistra.
|
|
|
|
|
| |
|
|
Nel 1996, avviene
qualcosa che anticipa tutto quello che oggi i Bravi Difensori
della Costituzione annunciano di voler combattere: uno
spaventoso inciucio che ha, al suo primo punto, proprio quello
delle riforme in chiave semi – autoritaria. La scansione dei
tempi è più efficace di qualsiasi doviziosa narrazione.
|
| |
|
|
11 gennaio 1996: Dini si reca al Quirinale per
rassegnare le dimissioni. Il Presidente Scalfaro si riserva di
decidere e invita il Governo a restare in carica per il
“disbrigo degli affari
correnti.” |
| |
|
|
|
15 gennaio 1996: Il Presidente della Repubblica
inizia le consultazioni |
| |
|
|
|
24 gennaio 1996: Il Giornale (il quotidiano di
proprietà di Berlusconi) rende nota la cosiddetta "Bozza
Fisichella", ovvero una bozza di riforma istituzionale
predisposta dai parlamentari Bassanini (DS),
Salvi (DS) Urbani (F.I) e, appunto
Fisichella (AN), che vuole intervenire su: federalismo,
presidenzialismo, poteri del parlamento, giustizia. Dunque, un
quartetto di “neocostituenti” si arroga il diritto di cambiare
la Costituzione, e in ogni sua parte, secondo uno schema
del tutto simile a quello della attuale “riforma
Berlusconi-Calderoli”. (Ma chi li aveva delegati, scelti,
incaricati? C’era qualcuno che poteva non sapere, nelle
segreteria di partito?) |
| |
|
|
|
25 gennaio 1996: il primo contratto con gli
italiani: Berlusconi e D’Alema duettano a Porta a
Porta, un luogo evidentemente preposto ai Grandi
Annunci, in un commovente scambio di attestati di
amicizia, annunciando ai telespettatori l’accordo in atto tra
i loro partiti. I “comitati Prodi” entrano in crisi, Prodi
stesso rilascia dichiarazioni sconcertate. DS e Forza Italia
adesso devono scegliere l’uomo giusto per fare le
riforme. E l’uomo giusto c’è. |
| |
|
|
|
1 febbraio 1996: dopo aver
effettuato le consultazioni, Scalfaro conferisce l'incarico
per la formazione del nuovo governo al prof. Antonio
Maccanico. |
| |
|
|
|
2 febbraio 1996: Berlusconi annuncia ai suoi
l’accordo con Massimo D’Alema: “di lui mi fido”. In una
circolare ai club di Forza Italia vieta l’uso della parola
“inciucio”, e suggerisce la formula “governo dei
migliori”. Ripetiamo per chi non avesse compreso bene:
governo- dei- migliori. |
| |
|
|
|
9 febbraio 1996: D’Alema si reca a cena con
Berlusconi a casa di Letta per mettere a punto
il programma comune di governo. E’ la prima di una lunga serie
di cenette intime tra il Cavaliere, il suo uomo di fiducia ed
esponenti DS. (le successive più famose: patto della
crostata,1997- accordo societario con De Benedetti,
2005) |
| |
|
|
|
10 febbraio 1996: Il
Presidente del Consiglio incaricato Maccanico si reca al
Quirinale per illustrare un preambolo programmatico, nel quale
si afferma tra l'altro: "Ho constatato, durante le
consultazioni per la costituzione del Governo, che esiste in
questo Parlamento una larghissima maggioranza disposta ad
impegnarsi in un'opera immediata di revisione
dell'ordinamento della Repubblica secondo un preciso
modello istituzionale... E' emersa la determinazione
largamente maggioritaria a perseguire una riforma organica e
coerente che partendo da una profonda revisione della forma di
Stato attraverso la costruzione di un ordinamento di
federalismo cooperativo e solidale, investa anche la
revisione della forma di Governo e giunga alla fine
alla riconsiderazione della riforma delle leggi elettorali
politiche... E' indispensabile un'opera di revisione che porti
ad un deciso rafforzamento delle istituzioni unitarie di
vertice e di governo della nostra Repubblica, anche col
"conferimento di una posizione di netta preminenza al
Presidente del Consiglio in seno al Governo" e
l'"investitura popolare diretta del Capo dello Stato" e con
"l'innesto, sugli attuali poteri del Presidente della
Repubblica, di poteri di governo...Riguardo alla procedura, la
maggioranza è favorevole alla costituzione di una
Commissione bicamerale, formata su base proporzionale,
con poteri referenti." Maccanico annuncia inoltre che
Berlusconi e D’Alema saranno i suoi due Vicepresidenti
del Consiglio.
|
| |
|
|
|
10-14 febbraio 1996: I “giustizialisti” di AN si
mettono di traverso. Una parte di F.I. rifiuta l’alleanza con
i DS. (Nessuno nei Ds rifiuta l’alleanza con F.I., ndr).
Berlusconi pone il veto a Caianiello come guardasigilli: vuole
al suo posto Baldassarre. Scalfaro pone il vero a Baldassarre.
Prodi cerca spazi e
alleanze. |
| |
|
|
|
14 febbraio 1996: Maccanico rinuncia
all’incarico. |
| |
|
|
|
Nell’aprile del 1996, l’Ulivo vince le
elezioni. Prodi forma il governo. Ma il segno che
la bozza Salvi-Bassanini-Fisichella-Urbani-Maccanico ha
lasciato è molto profondo. Innanzi tutto, il programma
dell’Ulivo prevedeva il “governo del primo ministro”.
Ma guarda tu: la stessa cosa che oggi Berlusconi chiama
premierato. In secondo luogo, Antonio Maccanico viene nominato
ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Dopo il continuo
reiterare di Decreti Legge che prorogavano la legge Mammì
(legge che aveva salvato Fininvest e Berlusconi dalla palese
illegalità delle loro posizioni), dichiarata incostituzionale
nel 1994, Maccanico scrive una altra legge salva-Berlusconi
che, tra le altre cose, proroga sine die le frequenze a
Rete4. Tale legge sarà dichiarata anch’essa incostituzionale
nel 2002. |
|
|
|
La Bicamerale |
|
|
|
Caduto nel 1998 il governo
Prodi, il nuovo Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema,
nomina Maccanico ministro delle Riforme Istituzionali, carica
che manterrà anche nel governo Amato. Rifondazione Comunista
esce dalla maggioranza, mentre entrano l’Udeur di Cossiga
Scognamiglio e Mastella ed altri gruppi
minori
Massimo D’Alema viene
eletto presidente della “Commissione Bicamerale per le riforme
costituzionali” istituita il 24 gennaio 1997, come da
accordi presi ai tempi della bozza Fisichella. Ne è
vicepresidente Silvio Berlusconi. Si sfornano leggi sulla
giustizia come piovesse. Si cominciano a elaborare le
cosiddette bozze Boato, dal nome del Verde che ne
imbastisce ben sette. Si progetta di rivedere decine e decine
di articoli della Costituzione. Mentre la Lega Nord non si
degna di presentare proposte (Bossi preannunciava la
secessione), la maggioranza di governo di centrosinistra si
divide fra semi-presidenzialisti, fautori del governo del
primo ministro e fautori del parlamentarismo razionalizzato
alla tedesca; il maggior partito di opposizione, Forza Italia,
presentava sia un progetto semi-presidenziale secondo il
prototipo francese sia un modello fondato sull’elezione
diretta del primo ministro. Ma guarda tu.
Licio Gelli,
in aprile, afferma: «Il mio Piano di rinascita? Vedo che
vent’anni dopo questa Bicamerale lo sta copiando pezzo per
pezzo, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero
almeno dare il copyright…».
Una parte (piccola) della
sinistra parlamentare, i magistrati capitanati da Borrelli e
Caponnetto, giornali e riviste progressiste e una crescente
massa di elettori e cittadini di sinistra hanno nel frattempo
cominciato a criticare, avversare, a opporsi a questo
intreccio inverecondo. Travolto dalle proteste, il presidente
D’Alema compie un atto che ha dell’ incredibile: il 13 aprile
1997 segreta i lavori della commissione. Le riforme
della Costituzione sono sottratte così al pubblico dibattito e
al controllo democratico. Una decisione senza precedenti a
livello mondiale. |
|
|
|
Via della
Camilluccia. |
| |
|
|
|
In via della
Camilluccia, a Roma, abita Gianni Letta, l’uomo che
regge le chiavi del cor di Berlusconi. In quella terrazza
romana, si celebra una famosa cena, e si stringe un famoso
patto; il 18 giugno 1997, che la crostata ci fosse o no,
(alcuni protagonisti affermano serissimi che si trattava di
una cassata siciliana), altri autoproclamati
«padri costituenti» (D’Alema, Ds;
Berlusconi, FI; Fini, AN; Marini,
PPI; Tatarella, AN; Nania, AN;
Mattarella, PPI, Salvi, DS, e lo stesso
Letta, all’epoca privato cittadino) giocano agli apprendisti
stregoni con la nostra democrazia, e in una improvvisata
costituente attorno al tavolo, tra una portata e l’altra, si
stabiliscono i poteri del capo dello stato e i relativi poteri
del Primo Ministro. La Nuova Costituzione comincia a prendere
forma: stop ai giudici, federalismo, poteri forti al vertice,
inamovibilità della maggioranza di governo… tutto torna, tutto
si compie. Tutto ritornerà nella riforma del
Polo.
Nel 1999
D’Alema si dimette. L’ultima parte della legislatura è
impegnata nella riforma del titolo V della Costituzione. Viene
introdotto di fatto il federalismo regionalista. La riforma,
approvata a poche settimane dal voto per il nuovo Parlamento,
passa con soli 4 voti di maggioranza, creando un
pesantissimo precedente. Che verrà ampiamente sfruttato dal
Polo nella attuale legislatura. |
| |
|
|
|
Pensieri e parole. |
| |
|
|
|
Cominciamo a
riassumere: dagli anni ’80, chiunque fosse al potere, ha
pensato che la ricetta per salvare l’Italia da inflazione,
disoccupazione, mafia, camorra, ‘ndrangheta, inquinamento,
speculazione, terrorismo e terremoti fosse: riformiamo la
Costituzione. Ovviamente in senso autoritario, introducendo
dapprima la figura del Presidente eletto, poi quella del Primo
Ministro (il Premier, anzi, che un po’ di esterofilia in più
non guasta), dai poteri sempre più forti, contestualmente a
due misure parlamentari: la creazione di una camera
espressione del federalismo (devolution) e il divieto di
ribaltone, ovvero una antidemocratica norma che congela un
qualsivoglia governo e impedisce al Parlamento, espressione
della sovranità popolare, di sfiduciarlo pena il suo immediato
scioglimento. La riforma approvata nei mesi scorsi, in poche
parole, è questa, ma essa è appunto il frutto di un lungo
processo, di una filosofia falso-modernista di riforma, una
vera e propria cultura della riforma che deve,
necessariamente, sostituire e cancellare un altro concetto:
quello della applicazione, chè sarebbe bastato applicarla del
tutto, la nostra Costituzione, per avere un Paese migliore. In
ogni caso, il processo culturale che ha portato ai risultati
attuali, ha avuto
il suo completamento nel periodo 2001-2005. Ed è stato un
processo al quale hanno partecipato tutti, compresi coloro che
oggi si ergono a Difensori della Patria con la stessa
prosopopea con la quale si ergevano a Padri Costituenti
qualche annetto fa.
Pubblichiamo
qua sotto un significativo specchietto comparativo tra
il programma elettorale dell’Ulivo del 2001 (il programma del
“candidato premier” Rutelli), la bozza di Giuliano Amato del
2003 (ovvero quel documento firmato dai segretari del
centrosinistra con la supervisione di Prodi) e la
riforma Berlusconi del 2005. Preghiamo i nostri lettori di
porre estrema attenzione al linguaggio e ai termini usati,
spesso simili, troppo spesso identici, che indicano
evidentemente progetti, piani, pensieri simili, troppo
spesso identici. Preghiamo i nostri elettori di riflettere
sulla sincerità e la coerenza di coloro che hanno
votato in passato, su quella di chi voteranno in futuro, e su
cosa pensano che tali persone intendano fare di noi, della
Costituzione, e della nostra democrazia, costata centinaia di
migliaia di morti e sacrifici, e frutto della intelligenza di
persone nobili e illustri come Parri, Calamandredi, Mortati,
Ruini, e di tutti gli altri costituzionalisti. Quelli veri. Un
solo richiamo al titolo di questo (lungo) pezzo: ma seriamente
avete potuto credere che Calderoli e D’Onofrio fossero in
grado di riscrivere la struttura di un Paese in soli tre
giorni? L’inganno è svelato: in realtà, i saggi di Lorenzago
hanno fatto una commedia, che ha esplicitato una volontà
comune e ipocrita di gran parte del mondo politico italiano.
Una commedia rivolta al solito pubblico pagante.
Noi. |
| |
|
|
|
|
|